Prima di Dianetics: cinque fili e un nodo

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Nel maggio 1950 esce un libro che parla di tracce permanenti, di carica, di catene di episodi e di un metodo per ridurli. Non cita quasi nessuno. Eppure ogni suo pezzo ha una storia documentata, lunga mezzo secolo, in discipline che fra loro non si parlavano.

Tutte le citazioni sono state lette sui testi originali. In fondo: cosa è dimostrato e cosa no.

1900191019201930194019501960scala compressa prima del 1940L’indicatoreLa tracciaCarica e catenaLa procedurala psichiatria se ne va:farmaci e manualiMedicina di guerrastrumento 1951ritardo di comunicazione 1953brevetto 1966Ziehen 1900Jung 1904–07il ponte 1912Woodworth 1938Mathison 1951Semon 1904Bleuler 1916Russell 1921Breuer e Freud 1895Janet 1898Pavlov 1927Janet 1904Janet 1919Kardiner 1941Grinker e Spiegel 1945Hanson 1949film dell’esercito 1944, 19461950
Ogni punto è un testo letto in originale. Quattro fili entrano nel nodo del 1950; l’indicatore si aggiunge subito dopo. La medicina di guerra dà un ramo al nodo e poi prende un’altra strada.

Lo schema si legge da sinistra a destra. Ogni colore è un filo, e lo ritrovi nei titoli qui sotto.

La traccia

La parola «engramma» la conia uno zoologo tedesco, Richard Semon, nel 1904. La sua tesi è che ogni stimolo lasci nella materia vivente una modificazione che resta:

«In moltissimi casi si può dimostrare che la sostanza irritabile dell’organismo, dopo l’azione e la cessazione di uno stimolo, è modificata in modo permanente. Chiamo questa azione degli stimoli la loro azione engrafica, perché per così dire si scava o si iscrive nella sostanza organica. La modificazione così prodotta la chiamo l’engramma dello stimolo.»

«…nach Einwirkung und Wiederaufhören eines Reizes […] dauernd verändert ist. Ich bezeichne diese Wirkung der Reize als ihre engraphische Wirkung, weil sie sich in die organische Substanz sozusagen eingräbt oder einschreibt. Die so bewirkte Veränderung der organischen Substanz bezeichne ich als das Engramm des betreffenden Reizes.» — Semon, Die Mneme, 1904.

Semon aggiunge due cose che contano. L’engramma registra tutto ciò che era presente in quel momento, non solo lo stimolo principale. E basta che torni un frammento di quella situazione perché si riattivi l’insieme.

Nel 1916 Eugen Bleuler, il più autorevole psichiatra di lingua tedesca, porta il termine nel suo manuale. Lo usa decine di volte, come parola ordinaria, e fa il passo che a Semon mancava:

«L’oblio dunque di regola non dipende da una scomparsa degli engrammi, ma dall’impossibilità di ravvivarli come ricordi.»

«Das Vergessen beruht also in der Regel nicht auf einem Verschwinden der Engramme, sondern auf einer Unmöglichkeit, diese als Erinnerungen zu beleben.» — Bleuler, Lehrbuch der Psychiatrie, 1916.

La causa del blocco, scrive, sta «soprattutto in ostacoli affettivi». Traccia intatta, richiamo impedito, e l’impedimento è emotivo. Nel 1921 Bertrand Russell espone tutto questo in inglese, in un libro di larga diffusione. Nel 1950, quindi, «engram» è una parola che un lettore colto di lingua inglese poteva conoscere.

La carica e la catena

Nel 1895 Breuer e Freud pubblicano gli Studi sull’isteria. L’idea centrale: un episodio emotivo la cui carica non si è scaricata resta attivo e produce sintomi nel corpo; se la persona lo rievoca con tutta la sua emozione, il sintomo cede. Freud descrive anche come gli episodi sono legati fra loro: per somiglianza, attorno a un nucleo.

«Il raggruppamento di reminiscenze simili in una molteplicità di stratificazioni lineari, come in un fascio di documenti, l’ho chiamato formazione di un tema.»

«The grouping of similar reminiscences in a multiplicity of linear stratifications, as represented in a bundle of documents […] I have designated as the formation of a theme.» — Freud, 1895, nella traduzione inglese d’epoca.

E nota che l’episodio con cui la serie è davvero cominciata emerge per ultimo. Tre anni dopo Pierre Janet, a Parigi, descrive la stessa cosa lungo l’asse del tempo:

«Quando si è tolta un’idea fissa, si è tutti stupiti di vederne sorgere un’altra. È un’idea antica, anteriore a quella appena trattata, che riappare. Tolta a sua volta questa, ci si trova davanti a una terza ossessione che era esistita anteriormente, e si è obbligati a ripercorrere in ordine inverso le principali idee fisse che hanno tormentato la vita del malato.»

«Quand on a enlevé une idée fixe, on est tout étonné d’en voir surgir une autre… C’est une idée ancienne, antérieure à celle que l’on vient de traiter et qui réapparaît. Celle-ci enlevée à son tour, on se trouve en présence d’une troisième obsession qui avait existé antérieurement et on est obligé de repasser en ordre inverse, les principales idées fixes qui ont tourmenté la vie du malade.» — Janet, Névroses et idées fixes, 1898.

Janet aggiunge che le più antiche sono le più tenaci. Nel 1927 arriva in inglese il libro di Pavlov sui riflessi condizionati, che dà a due di queste idee una forma misurata in laboratorio. Uno stimolo simile a quello originale produce la stessa risposta. E ripresentando lo stimolo senza conseguenze la risposta cala, prova dopo prova, fino a zero: è il principio di ripetere finché non c’è più reazione, con un punto d’arresto contato in gocce di saliva.

La procedura

Il più vicino a un metodo è ancora Janet. Nel 1904 pubblica il caso di Irène, una giovane che ha perso la memoria della morte della madre e la rivive in crisi senza saperlo. Descrive la tecnica, l’ordine in cui risalire, il segnale a cui fermarsi, e misura la paziente prima e dopo. Nel 1919 formula il criterio di riuscita:

«Una situazione è ben liquidata, ben assimilata, solo quando abbiamo reagito non soltanto esteriormente con i nostri movimenti, ma anche interiormente con le parole che rivolgiamo a noi stessi, con l’organizzazione del racconto dell’evento agli altri e a noi stessi, e con la messa a posto di questo racconto come un capitolo della nostra propria storia.»

«Une situation n’est bien liquidée, bien assimilée que lorsque nous avons réagi non seulement extérieurement par nos mouvements, mais encore intérieurement par les paroles que nous nous adressons à nous-mêmes, par l’organisation du récit de l’événement aux autres et à nous-mêmes et par la mise en place de ce récit comme un chapitre de notre propre histoire.» — Janet, Les médications psychologiques, II, 1919, p. 273.

Cioè: lo sfogo non basta, la persona deve poter raccontare l’episodio da sveglia e metterlo al suo posto. Nello stesso libro Janet ammette il limite: in casi che gli sembravano identici ha fatto le stesse cose senza ottenere niente. Ha un metodo che funziona nelle sue mani, non uno che si possa insegnare.

La medicina di guerra

La Seconda guerra mondiale produce migliaia di soldati con paralisi, mutismo e amnesie senza lesione. I medici militari americani tornano all’episodio: iniettano un barbiturico, riportano il soldato sul campo di battaglia e glielo fanno rivivere. L’esercito lo filma per addestrare altri medici. In un film del 1944 si sente:

«Ora sei di nuovo sul campo di battaglia. Cosa stai facendo?»

«You’re back on the battlefield now. What are you doing?» — film di addestramento del Dipartimento della Guerra, 1944.

Ritorno all’episodio, racconto al presente, ripetizione: i movimenti della seduta ci sono tutti. Grinker e Spiegel, che scrivono il manuale di riferimento nel 1945, avvertono però che lo sfogo sotto farmaco non è la cura:

«Il paziente deve poter ricordare la propria abreazione emotiva. Altrimenti l’episodio è stato soltanto un’eruzione o esplosione di tensione, che è certo si ricostituirà.»

«…the patient should be able to remember […] his emotional abreaction. Otherwise the episode has been only an eruption or explosion of tension, which is certain to rebuild.» — Grinker e Spiegel, Men Under Stress, 1945, p. 392.

È il criterio di Janet. Nel 1949 il bilancio ufficiale dell’esercito lo usa contro il metodo: la tecnica col farmaco «non fornisce comprensione al paziente, poiché vi è un’amnesia pressoché completa della seduta», e il decorso della malattia «è raramente influenzato in modo significativo».

A quel punto la psichiatria lascia la strada del trauma. Lo fa prima che arrivino gli psicofarmaci moderni, e per una ragione tecnica: il metodo che aveva non reggeva alla prova. Negli anni seguenti sopravvive ciò che si può brevettare o ridurre a manuale.

L’indicatore

Come si trova l’episodio carico in una persona che non sa di averlo? Nel 1900 lo psicologo Theodor Ziehen nota che quando una parola tocca qualcosa di emotivo la risposta arriva in ritardo. Jung, a Zurigo, ne fa un metodo: cento parole, il tempo di ogni risposta, e una soglia calcolata per ciascun soggetto. Dove la risposta tarda, o la persona ripete la parola, o fraintende, lì sotto c’è qualcosa. Dal 1907 ci affianca un galvanometro, che segna la reazione della pelle anche quando la persona non mostra nulla.

Nei trent’anni seguenti quello strumento diventa un ponte con una manopola che riporta l’ago a zero, poi una scatola con una valvola. Nel 1951 Volney Mathison ne brevetta una versione; Hubbard la adotta. Questa parte ha una storia a sé, con gli schemi.

Il nodo del 1950

Un legame diretto con questa storia è scritto nero su bianco dall’autore. Nell’articolo del maggio 1950 Hubbard racconta di aver passato in rassegna i metodi esistenti, e di uno dice:

«La narcosintesi sembrava una buona pista, finché non si scoprirono alcuni casi che erano stati “curati” con la narcosintesi. Furono rilavorati con la tecnica, solo per scoprire che cosa era successo. […] Sembrava fare qualcosa oltre ciò che ci si aspettava, e quel qualcosa in più era dannoso.»

«Narco-synthesis seemed a good lead, until some cases were discovered which had been ‘cured’ by narco-synthesis. They were reworked with the technique just to discover what had occurred. […] It seemed to do something beyond what it was supposed to do and that something beyond was bad.» — Astounding Science Fiction, maggio 1950.

Conosceva dunque la tecnica dei medici militari, l’aveva considerata e l’ha scartata, insieme all’ipnosi («non si può ipnotizzare chiunque»). È la stessa conclusione a cui l’esercito era arrivato un anno prima, per la stessa ragione: il farmaco toglie alla persona il ricordo di ciò che ha fatto.

Messi in fila, i pezzi sono questi.

Nel libro del 1950Esisteva giàDove
Una traccia permanente che registra tutto il momento e si riattiva da un frammentosìSemon 1904, Bleuler 1916
Una carica che resta e dà sintomi fisicisìBreuer e Freud 1895
Episodi legati in catena, da risalire fino al primosìFreud 1895, Janet 1898
Ripetere finché la reazione si spegnesì, in laboratorioPavlov 1927
Tornare all’episodio e raccontarlo al presentesìfilm dell’esercito 1944–46
La persona deve restare cosciente e ricordaresì, come criterioJanet 1919, Grinker e Spiegel 1945
Dolore fisico con perdita di coscienza come base di tutto, prima dell’episodio emotivononon trovato in nessuna fonte
La registrazione prima della nascitanonon trovato
Un metodo senza farmaco e senza ipnosi, dichiarato applicabile a chiunquenoJanet dichiara di non averlo; i militari usano il farmaco

Che cosa se ne ricava

La prima cosa è che l’impianto non è campato in aria. Traccia, carica, catena, ritorno all’episodio, necessità del ricordo cosciente: sono idee di Semon, Bleuler, Freud, Janet, Pavlov e dei medici dell’esercito americano, pubblicate in sedi accademiche. Chi le liquida come fantasia di uno scrittore deve prima liquidare loro.

La seconda è che nessuno di loro le aveva messe insieme. Semon era uno zoologo e non curava nessuno. Bleuler aveva la traccia ma non una procedura. Freud aveva la catena e lavorava con l’ipnosi e la pressione sulla fronte. Janet aveva la procedura e non sapeva trasmetterla. Pavlov lavorava sui cani. I militari avevano la seduta ma dipendevano dal barbiturico. Ognuno teneva un filo.

La terza è il paradosso dei tempi. Proprio quando la psichiatria abbandona questa linea, perché il suo metodo ha fallito il bilancio del 1949, qualcuno da fuori raccoglie i fili, toglie il farmaco, aggiunge un criterio suo e dichiara di averne fatto una procedura. La reazione dei medici nel 1950 colpisce quella dichiarazione, non le idee di partenza, che erano le loro.

Cosa è dimostrato e cosa no

Dimostrato sui testi: che ciascun elemento esisteva prima del 1950, nell’autore e nell’anno indicati; che Hubbard conosceva la narcosintesi e la scartò; che tre elementi non compaiono in nessuna delle fonti esaminate.

Non dimostrato: che Hubbard abbia letto Semon, Bleuler, Janet o Freud. Il libro del 1950 non li cita (Pavlov compare una volta). Questo articolo dice che le idee erano disponibili, non da chi le abbia prese.

Fuori dal perimetro: se la teoria sia vera e se la procedura dia i risultati dichiarati. È una questione di casi misurati, non di storia.

Limiti delle fonti: Freud è citato dalla traduzione inglese d’epoca, non dal tedesco; il bilancio dell’esercito del 1949 è dato qui solo in traduzione italiana; «non trovato» significa non trovato nelle fonti esaminate, che sono molte ma non tutte.

Fonti

Breuer e Freud, Studien über Hysterie, 1895 · Janet, Névroses et idées fixes, 1898; «L’amnésie et la dissociation des souvenirs par l’émotion», 1904; Les médications psychologiques, 1919 · Semon, Die Mneme, 1904 · Jung, Diagnostische Assoziationsstudien, 1906 · Bleuler, Lehrbuch der Psychiatrie, 1916 · Russell, The Analysis of Mind, 1921 · Pavlov, Conditioned Reflexes, 1927 · Kardiner, The Traumatic Neuroses of War, 1941 · film del Dipartimento della Guerra, 1944, e Let There Be Light, 1946 · Grinker e Spiegel, Men Under Stress, 1945 · Hanson (a cura di), Combat Psychiatry, 1949 · Hubbard, «Dianetics: The Evolution of a Science», Astounding Science Fiction, maggio 1950.

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