Ipnosi regressiva: da dove viene davvero

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Chi cerca «ipnosi regressiva» cerca un’idea precisa: che esista uno stato, diverso dalla veglia, in cui tornano ricordi che da svegli non si trovano, e che in quello stato si possa risalire fino al ricordo più vecchio, quello da cui è cominciato un disturbo. Quest’idea non è moderna. Ha più di duecento anni ed è stata messa insieme un pezzo alla volta, da persone diverse. Questo articolo racconta quei pezzi, in ordine.

Il filo, in cinque passi

  1. 1784. Si scopre uno stato simile al sonno in cui una persona parla, ragiona, e al risveglio non ricorda nulla.
  2. 1813-1823. Si nota che in quello stato tornano anche cose dimenticate da tempo.
  3. 1819-1843. Si capisce che non serve nessuna forza misteriosa: conta la persona che entra in quello stato. E si impara a farle portare il ricordo nella veglia.
  4. 1898-1904. Un medico usa quello stato per risalire, ricordo dopo ricordo, fino all’origine di un sintomo.
  5. 1919-1950. Il metodo funziona solo a volte. Nel 1950 qualcuno prova a tenere la risalita e a togliere l’ipnosi.

1784Primo passo: uno stato in cui si è un’altra persona

Bisogna partire da Franz Anton Mesmer, un medico tedesco che lavorava a Parigi. Mesmer era convinto che esistesse un fluido invisibile, il «magnetismo animale», e che la malattia venisse da un suo squilibrio. Curava i pazienti in gruppo, seduti intorno a una grande tinozza di legno piena di acqua e limatura di ferro, il baquet, da cui uscivano sbarre di metallo da appoggiare al corpo. Il segno che la cura funzionava era la «crisi»: convulsioni, urla, svenimenti. Nel 1784 una commissione reale, di cui facevano parte Benjamin Franklin e Lavoisier, concluse che il fluido non esisteva e che tutto era effetto dell’immaginazione.

Nello stesso anno un allievo di Mesmer, il marchese di Puységur, nella sua tenuta di Buzancy, nel nord della Francia, ottiene una cosa diversa. Sta curando un contadino di ventitré anni, Victor Race, con il metodo di Mesmer, che allora si chiamava «magnetizzare»: il medico si siede di fronte al malato, lo guarda fisso e gli passa lentamente le mani lungo il corpo, dalla testa in giù, senza toccarlo o appena sfiorandolo, convinto di trasmettergli il fluido. Erano i «passi» magnetici. Invece delle convulsioni, Puységur vede questo:

«Quale fu la mia sorpresa nel vedere quest’uomo addormentarsi tranquillamente tra le mie braccia, senza convulsioni né dolori!… parlava, si occupava ad alta voce dei suoi affari… l’indomani, non ricordandosi più della mia visita della sera…»

«Quelle fut ma surprise de voir… cet homme s’endormir paisiblement dans mes bras, sans convulsions ni douleurs!… il parloit, s’occupoit tout haut de ses affaires… le lendemain, ne se souvenant plus de ma visite du soir…» — Puységur, Mémoires, ed. 1786, pp. 22-23.

Victor addormentato sembra più sveglio di Victor sveglio: ragiona meglio, capisce prima. Ma quando si risveglia non sa niente di quello che ha detto e fatto. È il primo pezzo dell’idea: esiste uno stato diverso dalla veglia, e fra i due c’è un muro di memoria. Lo si chiamò «sonnambulismo artificiale». La parola «ipnosi» arriverà sessant’anni dopo.

1813Secondo passo: in quello stato tornano le cose dimenticate

Trent’anni dopo, un naturalista parigino, Joseph Deleuze, raccoglie i casi e nota che il muro funziona nei due sensi. Da svegli non si ricorda il sonno; ma nel sonno si ricordano cose che da svegli si erano perse:

«Ritrova nella sua memoria il ricordo delle cose che aveva dimenticato durante la veglia… [e al risveglio] questi due stati sono estranei l’uno all’altro come se il sonnambulo e l’uomo sveglio fossero due esseri diversi.»

«Il retrouve dans sa mémoire le souvenir des choses qu’il avoit oubliées pendant la veille… ces deux états sont aussi étrangers l’un à l’autre, que si le somnambule et l’homme éveillé étaient deux êtres différens.» — Deleuze, Histoire critique du magnétisme animal, t. I, pp. 186-187.

Un esempio che racconta: un giovane aveva vissuto due anni a Creta e da sveglio non ricordava più la lingua; in sonnambulismo diceva che gli sarebbe tornata, se avesse avuto davanti qualcuno che la parlava, e intanto recitava a memoria un lungo poema inglese «esattamente come se lo leggesse». La spiegazione di Deleuze è una frase sola: «tutte le sensazioni che abbiamo provato nel corso della vita hanno lasciato tracce».

Dieci anni più tardi il medico Alexandre Bertrand aggiunge un caso che mostra come leggere questi fenomeni. Una sonnambula «prescriveva» piante medicinali che da sveglia non conosceva, e sembrava un prodigio. Poi si scoprì che da bambina era figlia di un’erborista e andava con la madre a raccoglierle. Non era un dono misterioso: era un ricordo d’infanzia tornato a galla. È il secondo pezzo: in quello stato riaffiorano ricordi vecchi, anche quelli che si credevano perduti.

1819-1843Terzo passo: non c’è nessun fluido, conta chi dorme

Un abate portoghese che lavorava a Parigi, José Custódio de Faria, toglie di mezzo la teoria di Mesmer. Per lui la tinozza, il fluido, la volontà del magnetizzatore non c’entrano: tutto avviene nella persona. Per farla addormentare basta dirle con forza «dormite», o farle fissare una mano aperta. E scopre che il muro di memoria si può aprire a comando: se, durante il sonno, si ordina alla persona di ricordare al risveglio, al risveglio ricorda.

«[Essi] conservano la memoria di tutto ciò che si desidera, appena si ingiunge loro nel sonno di ripiegarvi l’attenzione per ricordarsene al risveglio.»

«…gardent la mémoire de tout ce qu’on désire, dès qu’on leur enjoint dans le sommeil d’y replier leur attention pour s’en rappeler au réveil.» — Faria, De la cause du sommeil lucide, 1819, pp. 226-227.

Nel 1843 un chirurgo di Manchester, James Braid, dà allo stato il nome che è rimasto, ipnotismo, dal greco «sonno». Lo ottiene facendo fissare un oggetto e scrive che tutto dipende «dalla condizione del paziente, e per nulla dalla volontà dell’operatore». È il terzo pezzo: lo stato è della persona, e ciò che vi riaffiora si può portare nella veglia.

1898-1904Quarto passo: risalire fino al primo ricordo

Fin qui l’ipnosi serve a far tornare ricordi, ma senza un ordine e senza uno scopo medico preciso. Il passo decisivo lo fa Pierre Janet, medico e psicologo alla Salpêtrière di Parigi. Janet cura pazienti con sintomi senza causa fisica: paralisi, cecità, crisi, angosce. Si convince che dietro ogni sintomo ci sia un ricordo rimasto «staccato», che lui chiama idea fissa. E nel 1898 descrive che cosa succede quando, in ipnosi, ne toglie uno:

«Quando si è rimossa un’idea fissa, ci si stupisce di vederne emergere un’altra… È un’idea antica, anteriore a quella che si è appena trattata… e si è obbligati a ripercorrere in ordine inverso le principali idee fisse che hanno tormentato la vita del malato.»

«Quand on a enlevé une idée fixe, on est tout étonné d’en voir surgir une autre… C’est une idée ancienne, antérieure à celle que l’on vient de traiter… et on est obligé de repasser en ordre inverse, les principales idées fixes qui ont tourmenté la vie du malade.» — Janet, Névroses et idées fixes, 1898.

Ecco la «regressione» nel senso di oggi: i ricordi che fanno ammalare sono a strati, e si scende dal più recente al più antico. Janet nota anche che i più antichi sono i più resistenti.

Nel 1904 Janet pubblica il caso di Irène, una ragazza che dopo la morte della madre aveva perso il ricordo di quei mesi, e lì si vede come lavora davvero. Tre cose, dette in breve:

  • L’ipnosi da sola non basta. Nei primi tentativi Irène, ipnotizzata, non ricorda niente di più che da sveglia. L’ipnosi serve solo a tenerla concentrata; è il medico che la guida, ricordo per ricordo.
  • I ricordi più dolorosi non tornano al loro posto. Gli altri riemergono in ordine di tempo; quelli legati alle emozioni più violente saltano, e si possono affrontare solo alla fine, quando il resto è già tornato.
  • C’è un punto in cui bisogna fermarsi. Quando Irène arriva vicino al giorno della morte della madre, si blocca e cade in convulsioni. Se Janet insiste, il lavoro si perde. Ciò che le chiede è di raccontare quei momenti «con moderazione, conservando la coscienza di sé e del mondo esterno».

Alla fine, i ricordi ritrovati in ipnosi vanno ancora riportati nella veglia, con un lavoro a parte. È il quarto pezzo: uno stato di lavoro, una guida, un ordine, un segnale di arresto. L’ipnosi regressiva, in sostanza, è già tutta qui.

1919-1950Quinto passo: funziona solo a volte

Quindici anni dopo, nel 1919, Janet fa il bilancio con una franchezza rara:

«In un gran numero di casi che mi parevano assolutamente identici ai precedenti, ho operato o ho creduto di operare allo stesso modo, e non ho ottenuto alcun risultato interessante… Vi sono probabilmente i germi di una terapia, ma non vi sono ancora le regole di una terapia regolarmente applicabile.»

Janet, Les médications psychologiques, 1919, vol. III, cap. II (traduzione dal francese).

I problemi sono due, ed erano noti fin da Puységur: non tutti entrano in ipnosi, e ciò che si ritrova resta spesso dall’altra parte del muro, nello stato ipnotico, invece di diventare un ricordo normale.

Nel 1950 L. Ron Hubbard parte proprio da qui. Nell’articolo del maggio 1950 scrive che l’ipnoanalisi, cioè l’analisi condotta in ipnosi, «suona bene nei testi ma non funziona»: «non si può ipnotizzare chiunque», e anche quando si può «funziona solo occasionalmente» («you can’t hypnotize everybody. Further it works only occasionally»). Il libro dello stesso mese racconta che l’ipnoanalisi e la narcosintesi, cioè la stessa cosa fatta con un farmaco, furono studiate e usate come punto di partenza, e poi abbandonate: la tecnica che propone è dichiarata «indipendente dall’ipnotismo e dalla narcosintesi». L’idea della risalita verso il ricordo più antico resta; l’ipnosi viene tolta. Va letta con ciò che si sapeva allora, cioè con i due limiti che Janet aveva già messo per iscritto. Come sia stata costruita quella proposta è il tema dell’articolo sui cinque fili che arrivano al 1950.

In una tabella

Pezzo dell’ideaChiQuando
Uno stato diverso dalla veglia, con un muro di memoria al risveglioPuységur1784
In quello stato tornano ricordi dimenticati; «tutte le sensazioni lasciano tracce»Deleuze1813
Ciò che sembra un prodigio è un ricordo d’infanziaBertrand1823
Nessun fluido; il ricordo si può portare nella veglia su comandoFaria1819
Il nome «ipnotismo»; tutto dipende dal pazienteBraid1843
Risalita dal ricordo recente al più anticoJanet1898
Guida del medico, ricordi dolorosi fuori ordine, segnale di arrestoJanet1904
Bilancio: «germi di una terapia», ma senza regoleJanet1919
Si tiene la risalita, si toglie l’ipnosiHubbard1950

Articolo collegato: I cinque fili che arrivano al 1950.

Fonti. Puységur, Mémoires pour servir à l’histoire et à l’établissement du magnétisme animal, ed. 1786 · Rapport des commissaires chargés par le Roi de l’examen du magnétisme animal, Paris 1784 · Deleuze, Histoire critique du magnétisme animal, t. I (1ª ed. 1813), pp. 186-191, 235-236 · Faria, De la cause du sommeil lucide, t. I, Paris 1819 · Bertrand, Traité du somnambulisme, Paris 1823, pp. 99-106 · Braid, Neurypnology, London 1843, pp. 19-20 · Janet, Névroses et idées fixes, 1898; «L’amnésie et la dissociation des souvenirs par l’émotion», Journal de psychologie normale et pathologique, 1904, pp. 417-453; Les médications psychologiques, 1919, vol. III · Hubbard, «Dianetics: The Evolution of a Science», Astounding Science Fiction, maggio 1950; Dianetics: The Modern Science of Mental Health, 1950.

Le pagine di Puységur e Faria vengono da scansioni d’epoca e possono essere spostate di una o due. Le citazioni di Janet 1919 sono tradotte dal francese.

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